



martedì, giovedì ore 20:30 | mercoledì, venerdì e sabato ore 19:30 | domenica ore 16:00
di Thomas Bernhard
traduzione Claudio Groff
adattamento drammaturgico e regia Roberto Trifirò | con Roberto Trifirò e Priscilla Cornacchia
scene, luci e costumi Gianni Carluccio | assistente alla regia Alessio Boccuni
collaborazione ai movimenti Franco Reffo | voce narrante Marta Lucini
tecnico Iacopo Bertrand Bonalumi Lottieri | fotografo Angelo Redaelli
produzione Teatro Out Off
Rudolf, un musicologo, è tormentato dall’impossibilità di scrivere il suo saggio su Mendelssohn Bartholdy. Il tema principale della sua confessione è dunque l’orrore della pagina bianca, la paralisi che coglie lo scrittore al momento di iniziare il suo lavoro, l’incapacità di compiere il primo passo. Il suo monologo è una stravagante requisitoria contro gli infiniti ostacoli che si frappongono alla stesura del saggio. Ora si tratta della presenza della sorella, ora dell’aver tardato a cogliere il momento giusto, ora del luogo, ora del clima. Decide quindi, nel tentativo di sbloccare questa impasse, di trasferirsi dal freddo di Peksam al clima più mite di Palma di Maiorca. Qui avverrà l’incontro con Anna Härdtl, che poi Rudolf scoprirà essersi suicidata. E qui l’autore, Thomas Bernhard, che sembrava aver totalmente rinunciato all’intreccio, disegnando delle situazioni perfettamente statiche, ci sorprende con uma dinamica emozionante, in cui il destino della giovane donna si dipana, in una successione di colpi di scena, con l’ultimo atto della corsa in taxi al cimitero alle sette di mattina. L’autoritratto dello scrittore trova così il suo pendant nella storia comune, eppure emblematica, di una persona “qualunque”. Alla tragica eccentricità di Rudolf si contrappone la “banale” tragicità di Anna Härdtl. Ciò che rimane di questa storia è solo “cemento”: quello dei casermoni di periferia, delle orribili costruzioni per il turismo di massa e quello dei loculi del cimitero a Palma di Maiorca. Una cifra del nostro tempo, un simbolo dell’amorfo, dell’inorganico, della durezza. Ogni esistenza è un muro.
Note di regia
Ogni esistenza è un muro”: da questa immagine prende forma la mia lettura di Cemento, romanzo-monologo di Thomas Bernhard che ho deciso di portare in scena come un lungo esercizio di disgregazione. Disgregazione dell’identità, del pensiero, del linguaggio. Ma anche della realtà, che si sgretola sotto l’assedio della coscienza.
Rudolf è un uomo bloccato. Un intellettuale consumato dall’ambizione di scrivere un saggio su Mendelssohn-Bartholdy, ma incapace di iniziarlo. Tutto diventa alibi: la sorella, il luogo, il freddo, il tempo perduto. La sua è una confessione impietosa, ossessiva, in cui la pagina bianca è metafora di un’esistenza schiacciata dal pensiero e mai agita. In lui non c’è più slancio creativo, solo accumulo, stratificazione, paralisi.
In scena, il cemento diventa materia dominante: muro, polvere, peso. Un ambiente grigio, opprimente, fatto di superfici ruvide, strutture funzionali e simmetrie vuote. Ho scelto di restituire questo universo con uno spazio chiuso, dove l’eco della voce si moltiplica, dove ogni gesto è risucchiato dal silenzio delle cose. Un antiteatro del movimento, dove anche i cambi di luogo sembrano accadere solo nella testa del protagonista.
Ma dentro questo mondo monolitico, Bernhard sorprende: la comparsa di Anna Hartl, e il suo destino tragico, aprono un varco narrativo ed emotivo. Rudolf si confronta con una morte che non è più astratta o letteraria, ma reale e tangibile. Una giovane donna, fragile, inconsistente come una nota appena suonata, lo costringe a uno sguardo altro. La corsa al cimitero alle sette del mattino è il momento in cui il cemento della sua mente vacilla. È l’unico movimento, forse l’unico gesto umano.
La regia segue questa tensione tra stasi e scarto, tra monologo mentale e ferita reale. L’attore non interpreta: si lascia attraversare da un testo che lo usa, lo possiede, lo attraversa come una corrente elettrica. Il corpo si irrigidisce, poi si spezza. Il ritmo è circolare, musicale, interrotto solo da brevi aperture, come fenditure nel cemento. La voce, strumento centrale, oscilla tra il sarcasmo, la frustrazione, la tenerezza involontaria.
In fondo, Cemento è un’autopsia del nostro presente. Il cemento è quello dei casermoni senza volto, delle periferie mute, del turismo di massa, dei loculi senza storia. È simbolo dell’amorfo, del morto, dell’irreversibile. È ciò che resta quando tutto il resto è stato rimosso. Ecco perché ho scelto di non cercare redenzione, né poesia. Solo una lenta sedimentazione. Solo materia. Solo il muro.
Con il patrocinio del Forum austriaco di Cultura di Milano

Prenotazioni e informazioni: T. 0234532140 | M. biglietteriaoutoff@gmail.com
Inserito nell’abbonamento Invito a Teatro.

Durata 90 minuti.
La voce di Anna Hardtl è di Marta Lucini; registrazione effettuata da Alessandro Canali.
In scena cinque bianche scrivanie, separate tra loro da teli neri, cinque luoghi della ripetitività di un’impossibilità, quella di scrivere. Roberto Trifirò, così presenta Cemento, romanzo breve dell’austriaco Thomas Bernhard, tra i grandi maestri della letteratura europea del Novecento, curandone l’adattamento drammaturgico, la regia e l’interpretazione affiancato da Priscilla Cornacchia (Teatro Out Off, Milano).
È una sorta di monologo interiore di Rudolf che vuole scrivere un’opera letteraria dedicata a Mendelssohn Bartholdy, il compositore. Da più di dieci anni prova e non riesce, il muro di cemento della pagina bianca glielo impedisce. La colpa può essere della sorella, amata e odiata, respinta poi cercata, del suo essere così reale da impedirgli di viaggiare oltre la realtà. È l’analisi di un’ossessione, di contraddizioni insolubili, di fobie implacabili. Con bella capacità evocativa Trifirò passa di scrivania in scrivania per cercare di accendere il buio di un incipit impossibile, è pacato, ironico, misurato nel far vivere l’assillo di Rudolf, ne racconta la fuga a Palma di Majorca, il ricordo di Anna.
È bravo nel far percepire un’ossessione come semplice realtà e l’insensatezza rivolta contro la mancanza di senso. Magda Poli, Corriere della Sera, ed. nazionale
“È bella l’idea dello scenografo Gianni Carluccio, che moltiplica per cinque la piccola cripta-studio di Rudolf, così come quella di trasformare in un’ombra della mente il triste incontro di Rudolf a Palma di Maiorca con la giovane Anna (Priscilla Cornacchia). Ma il merito complessivo è tutto di un attore eccellente e regista come Roberto Trifirò, che si meriterebbe molta più visibilità di quella che ha nella inerte scena italiana.” Anna Bandettini, la Repubblica
Trifirò ha saputo custodire la tensione e l’ossessione che costituiscono il cuore dell’opera, restituendo al contempo un’esperienza teatrale intensa, attraversata da un’ironia beffarda che riesce a strappare un sorriso nerissimo. La voce – autentico fulcro della messinscena – oscilla tra sarcasmo e frustrazione, lucidità e inattese sfumature di tenerezza verso un personaggio che scrive per narrare della sua impossibilità di scrivere. In scena, un ambiente grigio e opprimente, uno spazio chiuso in cui l’eco della voce si amplifica e si moltiplica. Di grande forza è l’idea delle cinque scrivanie su cui si muove Rudolf Trifirò: non solo un espediente scenografico, ma un vero dispositivo drammaturgico che rende concreta la sua nevrotica immobilità. Passa da una scrivania all’altra – su ciascuna la foto d’infanzia con la sorella, un bicchiere quasi vuoto, fogli sparsi e ingialliti – e tuttavia resta fermo. Cambia posto, ma non avanza nel pensiero né nel progetto. Le scrivanie diventano le tappe di un circuito ossessivo, segnato dalla ripetizione di gesti e parole, che traduce in scena, coon la stessa implacabile coerenza, la soffocante circolarità della scrittura di Bernhard e del pensiero ossessivo del protagonista. Cristina Tirinzoni, Artuu
Malgrado la tragicità del testo, che ruota attorno all’angoscia del vuoto del vivere qualora non ci si pieghi ai facili dictat imperanti, come quelli sbandierati della sorella nella triade di successo, denaro potere, il testo ha una forte vena ironica. Che Roberto Trifirò restituisce con grande freschezza nella trasposizione teatrale simile talvolta ad una lettura magistralmente recitata. C’è infatti molto di provocatorio e potente: uno sguardo disincantato sulle convenzioni ipocrite sociali e sui valori di produttività tipici della società moderna accompagnati da una riflessione sulla natura dell’arte e del processo creativo del dramma della pagina bianca. Raffaella Roversi, 2duerighe


Un’esperienza di teatro totale, un oggetto scenico che non parla soltanto alla mente ma grava sul corpo come solaio di cemento armato. È una produzione che affonda le mani nella materia, nella parola e nella loro impossibilità a fiorire in leggerezza. La regia di Roberto Trifirò, che ha adattato anche drammaturgicamente il testo per il palcoscenico, plasma uno spazio dove parola e silenzio si stratificano fino a diventare mutevole terreno di confronto con sé stessi. Trifirò, qui anche protagonista nel ruolo di Rudolf, vive la scena con una presenza che non si limita ad occupare lo spazio: lo modella, lo graffia, lo compone come se fosse materia viva, eppure sempre refrattaria al sentimento. Una sorta di analisi psicoloanalitica che coinvolge tutti coloro che hanno provato lo “scontro” con la pagina bianca prima di scrivere.
Accanto a lui, Priscilla Cornacchia dà voce e corpo a Anna Härdtl, figura che, pur apparendo per pochi momenti, spezza la monolitica struttura narrativa con l’irruzione di un dolore reale, concreto, tragico. Cornacchia non si limita a interpretare: vibra nella scena come crepa sottile che si allarga.
La scenografia, i costumi e il progetto luci curati da Gianni Carluccio sono l’anima materiale di questo spettacolo: cinque tavoli scrivania, cinque luoghi simili in cui si agitano non solo la lettura di un romanzo inedito, ma soprattutto i tormenti di un autore. Carluccio non costruisce “oggetti scenici”, ma piuttosto deposita sul palco superfici, luci e tessiture che sembrano saturare l’aria, come se ogni raggio di luce fosse scheggia, e ogni ombra fenditura. Adelio Rigamonti, Teatrandomilano
La figura di Rudolf – intellettuale musicologo ossessionato da un saggio su Mendelssohn Bartholdy che da dieci anni non riesce nemmeno a iniziare – è resa in modo eccellente da Roberto Trifirò nell’adattamento teatrale del racconto del 1982 di Thomas Bernhard, Cemento. Il rischio di una caricatura grottesca o tragicomica è evitato grazie a una recitazione attenta e puntuale: emerge l’archetipo credibile di un intellettuale avulso dalla realtà, autorecluso nella sua torre d’avorio o, meglio, di cemento. Ugo Perugini, Fermata Spettacolo
Il passare da un tavolino all’altro, geniale intuizione scenografica, rappresenta meravigliosamente la Falsche Bewegung, il falso movimento, il replicare eternamente le stesse dinamiche. Tiene conto, il personaggio, della massima beckettiana che recita: “l’abitudine è una sordina.” Egli rappresenta l’illusione di un tempo non più cronologico, ma circolare, di un eterno ritorno, che però non ha l’aspetto tonitruante nietzschiano; sembra, piuttosto, una borghesissima ninna nanna esistenziale. […] Roberto Trifirò, anche regista e adattatore drammaturgico, vive il testo come più non si potrebbe. Si lascia, letteralmente, possedere dalle parole; come in una cerimonia sciamanica della quotidianità borghese, egli stesso diventa l’incessante flusso verbale. Danilo Caravà, Milano Teatri
I passaggi da un quadro a quello accanto, con ritorni cadenzati e fluttuazioni mentali, disegnano una linea orizzontale su cui si erge il muro invisibile del mondo statico di Rudolf. Margareth Londo, Intothestage
Un autore, un regista e un interprete, Trifirò, che va a fondo nelle sue scelte, che fa ricerca e chiede al pubblico competenza attenzione.[…] Uno spettacolo complesso e profondo, che cerca di comunicare la solitudine degli individui del nostro tempo e la difficoltà di comunicare. Marta Calcagno Baldini, Milano a Teatro
Il protagonista, che domina quasi completamente il palcoscenico con il suo lungo monologo, è il musicologo Rudolf, magistralmente interpretato da Roberto Trifirò. […] La struttura ricorda quella di una composizione musicale per variazioni – come nelle Variazioni Goldberg di Johann Sebastian Bach.Micaela Latini Visioni del tragico
Una macchina che funziona alla perfezione: la radiografia di un’ossessione. Mariella Bussolati, Milanofree
Roberto Trifirò, nell’operare l’adattamento del romanzo dell’autore austriaco allo spettacolo teatrale, ha ottenuto l’ottimo risultato di alleggerirne la complessa scrittura rendendo la vicenda avvincente, caricandola anche di un ritmo che è tutto nella parola che sa essere appassionante e, nonostante il tema, anche divertente. […] Recita magnificamente con i toni sprezzanti senza risparmiare gestualità sdegnose e sarcastiche proprie del personaggio pessimista che interpreta. […] Lo spettacolo, molto curato nei singoli dettagli, resterà in scena fino a domenica 1° marzo e ne consiglio la visione. Carlo Tomeo, Alessandria Today Italia News Media
Nel caso di Cemento di Thomas Bernhard è stato un dettaglio a stuzzicare la mia curiosità: il protagonista è uno scrittore alle prese con una biografia del compositore Felix Mendelssohn Bartholdy… Saul Stucchi, Alibi online
Il testo di Bernhard trova in Trifirò un’ottima resa: il pubblico viene naturalmente trascinato dalla narrazione, dalla personalità bizzarra del protagonista, incline a sdrammatizzare la drammaticità del suo blocco mentale che lo isola dal mondo. Nonostante ciò, Rudolf / Trifirò non manca di mordente e con ironia coinvolge, anche suscitando diverse risate, nel suo processo di auto affermazione, arrivando persino a ritenere una qualsiasi pubblicazione un crimine, frutto della “brama di gloria”, per poi ridimensionarsi e ammettere che scrivere senza divulgare non avrebbe alcun senso. […] Uno spettacolo ben riuscito e caldamente accolto. Roberta Usardi, Modulazioni Temporali
Mentre racconta le ragioni del proprio fallimento, si produce una strana inversione. Il saggio su Mendelssohn non viene scritto – ma il monologo che stiamo ascoltando è già un’opera compiuta, che qui viene letta prima dell’imprimatur dell’autore. Micaela Latini, Visioni del tragico